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Ricerca Interiore – Come affronto un problema

Aurora Mazzoldi - Il sussurro della Vittima - partic. del quadro acrilico "La Scelta"
Aurora Mazzoldi – Il sussurro della Vittima – partic. del quadro acrilico “La Scelta”

Ricerca Interiore. Come affronto un problema?

La ricerca interiore ci mostra la realtà dell’ambiente o del livello nel quale viviamo. Le stagioni si alternano e si susseguono cambiando e portando inesorabilmente con sé piante, animali e anche noi, esseri umani. Siamo tutti immersi in un fiume che scorre lento senza fermarsi mai: il tempo. Perché spesso, non vogliamo considerare o tener conto di questa realtà?

E’ un’ingiustizia!

Perché a volte si ha quasi l’impressione che certe realtà, con il loro brutale modo di essere, ci siano d’impaccio, ci creino dei limiti e ci offendano, in qualche modo: ci sono anche se non le vogliamo. Perché, per esempio, se ho un’idea, un progetto, un desiderio devo aspettare tanto per vederlo realizzato? Perché, se qualcosa mi piace, non sempre la posso avere?

Possibile che anch’io, tra qualche anno, diventerò vecchio?  E se me lo faccio andar bene, è perché niente mi garantisce che arriverò alla vecchiaia.

Ok, funziona così e non ci possiamo fare niente.

Ma noi abbiamo trovato una scappatoia a questo problema, che sfugge al nostro controllo: faccio come se la realtà non ci fosse o non ne tengo conto, non ci penso, semplicemente. – Non posso mica vivere con questa spada di Damocle sopra la testa! –

A questo punto non voglio saperne di ricerca interiore, di lavorare su me stesso. Mi sposto a un livello di non-consapevolezza, più superficiale, nell’attività frenetica, nel nervosismo e nell’agitazione, fisica o mentale.

Come diamo il via a questo processo?

Vittima del problema

Se succede che qualcosa non mi piace o mi fa soffrire o mi rende scontenta, ne sono vittima. Questo si traduce nella chiara sensazione, che diventa poi certezza, che sto subendo un’ingiustizia.

Dunque, devo proteggermi dalla realtà! Ma in che modo, se la realtà è ovunque intorno a noi?

Fuggo nella fantasticheria e mi creo una realtà su misura, che mi piaccia di più. Per esempio: a scuola prendo una brutta nota e il prof dice che non studio abbastanza? E’ perché lui è di parte, gli sto antipatico, mi odia e ha già deciso di “segarmi”.

Quanti di noi non si sono lamentati di questo, ai tempi del liceo?  Bastava convincersene e non serviva impegnarsi di più e studiare, ma era il professore che doveva cambiare!

Noi eravamo soltanto delle povere vittime dell’ingiustizia umana.

Ancora un esempio: sto collaborando a un progetto con la mia collega d’ufficio e non ci troviamo d’accordo su un particolare. Lei mi accusa di non capire. Io le rinfaccio che le sue idee sono obsolete e ampiamente superate. Ci teniamo il muso. Ognuna per conto suo. Non si riesce a proseguire.

Il problema vero

Qual è il problema vero, quello che vale la pena di considerare e risolvere, l’obiettivo sul quale dovremmo mantenere la nostra attenzione?

Portare a termine il progetto o dare energia al battibecco?

Eppure, spesso, è umiliante dover fare un passo indietro e ingoiare la voglia di far vedere all’altro che non può permettersi di contrastarci, che siamo noi ad avere ragione. Se però cediamo alla tentazione, il nostro obiettivo si sposta e il problema vero rimane irrisolto.

Il problema fittizio

I nostri problemi fittizi sono creati dalla nostra parte vittima. Essa ci fa reagire a una presunta offesa e ci porta soltanto a dare sfogo a certe nostre emozioni, a focalizzarci su problemi secondari o inventati, a disperderci nella scaramuccia e in giochini di potere, a drammatizzare.

Ci allontana così dall’obiettivo iniziale.

Nel momento delle doglie più violente, ormai prossima al parto, Alika cominciò a reagire al dolore tendendosi come un arco e a urlare. Però in questo modo irrigidiva il tessuto muscolare e contrastava il processo fisiologico del parto.

Fu l’ostetrica che la richiamò in sé: “Così non sta aiutando il suo bambino a nascere!”

Alika stava cercando di sottrarsi al dolore e quello era diventato per lei, in quel momento, il problema più urgente, l’unico! Ma era un problema fittizio, che non si sarebbe comunque risolto se non con la nascita del piccolo. Il problema vero era favorire l’espulsione del feto e il dolore sarebbe cessato di conseguenza.

Ma come si può evitare di cadere in questa trappola?

Se mi chiedo, di fronte a una situazione ambigua, qual è il vero problema, l’obiettivo, lo scopo che intendo raggiungere rimango più facilmente sul punto e nella realtà.

A volte non è così semplice e l’emozione del momento mi trascina con sé, ma, appena me ne rendo conto, posso rientrare in me stessa e ri-direzionare la mia attenzione, focalizzandola sul problema vero.

Aurora Mazzoldi

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