Rapporto Genitori-Figli

Rapporto Genitori-Figli. Modelli di Comportamento

D: Cosa fare con il figlio, quando il rapporto genitori-figli diventa impossibile? Quasi sempre i genitori fanno il loro dovere. Perché le cose non vanno?

“Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali.” William Hodding Carter

Essere buoni genitori, emerge costantemente come obiettivo o desiderio profondo in tutti coloro che hanno scelto di mettere al mondo dei figli.

E a quanto pare quello del genitore è un lavoro molto impegnativo e complesso, che lo vede sempre in uno stato continuo di aggiornamento per “IMPARARE ad essere un Buon Genitore”.

Il Rapporto Genitori-Figli, come le altre relazioni interpersonali, è un processo dinamico attraverso il quale è necessario acquisire un proprio equilibrio, prima ancora di concentrarsi sull’altro.

Un esempio di rapporto genitori-figli lo troviamo nel quadro acrilico "L'Offuscamento" di Aurora Mazzoldi.
Mazzoldi — Interscambi Emotivi – L’Offuscamento, acrilico, cm. 80×60. Possiamo vederlo come un rapporto genitori-figli.

Un equilibrio messo sempre in discussione a seconda delle colorazioni emotive che assume l’interazione.

È necessario imparare a prendersi cura e a rispondere in modo sufficientemente adeguato ai propri bisogni (esigenza spesso negata) e a quelli dei figli, bisogni che sono estremamente diversi a seconda della fase di vita che si sta attraversando.

Uno degli ingredienti necessari per instaurare delle relazioni sane con i propri figli (necessario in realtà in tutte le nostre relazioni interpersonali), è la conoscenza, l’osservazione e la gestione delle proprie emozioni.

Imparare a conoscere e riconoscere i propri stati mentali interni e le proprie emozioni è il primo passo per poter essere noi a gestire i rapporti con i nostri figli, anziché assistere, con senso di impotenza, al loro declinarsi verso la crisi.

La ricerca della consapevolezza di quello che stiamo facendo dovrebbe essere uno dei principali obiettivi della nostra esistenza.

Nel ruolo genitoriale, la consapevolezza ci consente di iniziare un percorso per cercare di allargare i limiti rigidi degli schemi che non ci piacciono, e creare per i nostri figli degli schemi educativi solo nostri, non condizionati dal nostro passato.

DISTINGUIAMO TRA DIVERSI LIVELLI DI COSCIENZA

Quando si parla di emozioni dobbiamo operare una distinzione, tra i diversi livelli di coscienza in cui ci muoviamo nel nostro vivere. 

Molto spesso nel quotidiano pensiamo di essere noi a decidere come comportarci e come reagire alle situazioni.

Quando, ad esempio, percepiamo determinate emozioni, solitamente non gradevoli, andiamo subito a ricercarne le cause negli strati più superficiali del nostro essere, costruendo delle spiegazioni razionali, esterne a noi.

Questo modo di interpretare le situazioni è completamente fuorviante, e per comprendere fino in fondo questo concetto è necessario fare prima una premessa di base.

Noi viviamo principalmente in due livelli di coscienza:

  • Il livello conscio è quello più superficiale, gestito dalla nostra parte mentale/razionale, con una gamma di risposte estremamente limitata e limitante, perché la visione di questa nostra parte è molto ridotta, rispetto al potenziale umano.
  • Il livello subconscio, è subito sotto la superficie, è gestito dal nostro mondo emotivo e dalle nostre sub-personalità ed è qui, che “senza accorgercene razionalmente” si sviluppano le decisioni che condizionano la nostra vita

Le nostre vite si svolgono principalmente e frequentemente nel livello conscio (mentale/razionale).

È infatti la nostra mente che decide cosa è meglio per noi e quali decisioni prendere.

Ma a fronte dei malesseri e delle frustrazioni emotive che albergano nel nostro vivere, malgrado l’iper-controllo mentale, forse è arrivato il momento di mettere in dubbio l’assoluta egemonia della razionalità e le sue certezze illusorie.

Ecco perché risulta di vitale importanza imparare a conoscere ed esplorare anche il secondo livello di coscienza, per comprendere fino in fondo la sua potenza, ma soprattutto per prendere consapevolezza di quanto condiziona il nostro quotidiano senza che noi ce ne rendiamo conto.

Il mondo emotivo ci spaventa molto, non perché rappresenta un reale pericolo o una silente minaccia, ma semplicemente perché non siamo molto abituati ad esplorarlo e visitarlo e molto probabilmente perché non abbiamo ancora trovato i giusti strumenti per intraprendere questa esplorazione.

ESPLORARE IL MONDO INTERNO ATTRAVERSO L’INTROSPEZIONE

La tecnica esplorativa che ci consente di conoscere meglio il nostro mondo interiore SUBCONSCIO fornendoci tutti gli strumenti più adatti per farlo, è l’INTROSPEZIONE (“ispezionare l’interno”)

Questo mondo subconscio è composto da numerosi elementi tra i quali:

– i meccanismi comportamentali più ricorrenti,

– le nostre reazioni automatiche a determinati stimoli,

– le emozioni,

– il modo in cui interpretiamo la realtà che ci circonda, (che “occhiali” indossiamo?)

– i condizionamenti dello stile educativo che abbiamo ricevuto nell’infanzia

-la chiusura al contatto (attraverso percezioni di minacce e pericoli non reali)
e molto altro.

Per poter acquisire una certa abilità nel muoverci tra questi elementi, imparando a riconoscerli, e gestirli, dovremmo diventare dei bravi RICERCATORI NEUTRALI che osservano sé stessi senza giudizi, condanne o censure.

L’esplorazione di questo “mondo sommerso”, è particolarmente importante perché è proprio lì che si generano e si consolidano le nostre abitudini, meccaniche e ripetitive (= SCHEMI COMPORTAMENTALI subconsci)

RIPETIZIONE DI SCHEMI COMPORTAMENTALI OBSOLETI

Dentro di noi esistono dei modelli di comportamento.

Sono stati acquisiti attraverso l’esperienza di vita, attraverso l’educazione che abbiamo ricevuto e attraverso i condizionamenti sociali.

Questi modelli vanno a costruire la nostra personalità.

Non sono consapevoli, e sono quelli che ci spingono a fare determinate scelte o comportarci in un certo modo, nel corso della nostra esistenza.

Sono i modelli che trasmettiamo ai nostri figli.
Quindi se abbiamo la fortuna di aver ricevuto ed acquisito dei modelli efficaci e sani, i nostri figli riceveranno degli strumenti efficaci per costruirsi una vita equilibrata e realizzata.

Ma nel caso opposto si ripeteranno i malfunzionamenti del nostro passato.

Parliamo di questo secondo caso.

Quante volte ci siamo trovati a comportaci come si sono comportati con noi, i nostri genitori, quante volte abbiamo ripetuto i loro schemi.

Quante volte ci accorgiamo che magari con nostro figlio abbiamo un atteggiamento simile se non identico a quello che nostra madre o nostro padre aveva con noi?

E magari, quel modo di porsi, del lontano passato, non ci era stato di aiuto, ma scatenava in noi rabbia, provocazione e opposizione …. eppure, SENZA VOLERLO (perché qui torniamo al livello subconscio), ci troviamo a replicarlo.

Utilizzare gli schemi acquisiti è normale, quando ci troviamo alle prese con un ruolo nuovo (come quello del genitore appunto).

Andiamo automaticamente alla ricerca di modelli da seguire, perché l’assenza di modelli pre-esistenti a cui rifarsi, getta molto spesso nel disorientamento, nella paura e nel blocco.

Per cui riteniamo di aver bisogno di linee guida razionali, senza le quali ci sentiamo brancolare nel buio dell’incertezza.

La conclusione a cui giungeremo al termine di questo scritto, è che questo bisogno di “razionalità”, non sarebbe proprio così totalizzante, nel senso che alcune indicazioni vanno senz’altro ricercate anche in un contesto esperienziale più ampio del nostro (vedi schemi genitoriali appresi e funzionali), ma non sottovalutiamo il fatto che alcune altre scelte potrebbero essere ricercate ed ottenute dall’ascolto profondo di noi stessi, sulla base del nostro innato potenziale di auto determinazione e saggezza.

Sarebbe quindi importante iniziare ad impegnarsi con energia e tenacia per acquisire le corrette modalità di ascolto profondo.

Il primo passo in questo senso, è quello di accettare con tranquillità, che la nostra parte mentale, non desidera in alcun modo scendere sotto, per il timore di perdere il controllo che detiene sulle nostre vite.

Quindi partiamo dal presupposto che noi, facciamo di tutto per evitare di scendere nel mondo emotivo (subconscio), per iniziare a conoscerlo meglio attraverso l’osservazione.

E questo è normale, perché le nostre vite per la maggior parte del tempo si collocano in superficie, e sono gestite quasi esclusivamente dalla nostra parte mentale, che è abituata a governare incontrastata su tutto.

Quindi capirete che quando questa parte percepisce anche un minimo intervento di altre parti (subconsce), che cercano di toglierle la supremazia, cercherà di difendersi ponendo resistenze, limiti e condizionamenti.

Quello che è necessario fare, prima di tutto è proprio OSSERVARE, le resistenze e i blocchi che la parte mentale mette in essere per ostacolare il contatto con il mondo emotivo sottostante.

L’osservazione delle resistenze, mi porta a ridurre il loro potere.

Quando facciamo introspezione, dovremmo porci come dei ricercatori in un laboratorio, che quando si trovano ad analizzare un elemento al microscopio, non stanno a giudicarlo bello o brutto, buono o cattivo… o altro, ma si pongono in modo scientifico per cercare di capire il funzionamento di quel determinato fenomeno.

Serve quindi, maggior tolleranza e comprensione anche verso l’abitudine che abbiamo di utilizzare schemi di comportamento meccanici e ripetitivi, acquisiti nell’infanzia, perché spesso tale acquisizione non è consapevole, sfugge quindi alla possibilità di essere controllata e gestita.

Scienziate al lavoro in un laboratorio
fonte: Leonardo AI

Quando ci accorgiamo di aver REPLICATO degli schemi disfunzionali, molto frequentemente dentro di noi si scatenano una serie di reazioni emotive penalizzanti quali ad esempio:

  • inquietudine,
  • angoscia,
  • rabbia
  • disperazione,
  • giudizio (è sbagliato replicare quello schema)
  • condanna (dandoci addosso senza pietà per punirci)

E a livello introspettivo questa reazione giudicante e punitiva non va bene!

VEDIAMO IL PERCHE’

quando rimango agganciato al biasimo verso me stesso, (anziché provare ad entrare dentro di me, in osservazione neutrale), mi sto impedendo di comprendere il perché di quella meccanicità comportamentale. Perché la rabbia verso me stesso mi ingabbia, mi imprigiona, e cattura tutte le mie energie, disperdendole.
Come se fossi immerso in una nube grigia (rabbia e senso di colpa) che mi impedisce di «vedere» la via d’uscita. Se mi lascio gestire dalle emozioni che ho elencato sopra, NON RISOLVO IL PROBLEMA! E quasi certamente lo replicherò.


QUINDI COSA VA FATTO:

  • ascoltare le EMOZIONI sottostanti, (in modo da dissipare la nuvola)
  • dedicare attenzione ed energie all’OSSERVAZIONE NEUTRALE delle cause, (CHIAREZZA di VISIONE),
  • lasciar emergere la COMPRENSIONE
  • INDIVIDUARE una modalità alternativa ed allenarmi ad attuarla, accettando la quasi certa ricaduta occasionale.

Questo è quello che intendiamo per ricerca INTROSPETTIVA.

Un lavoro dedicato alla REALE conoscenza di noi stessi ma soprattutto di quel nostro mondo sommerso che se conosciuto e compreso può diventare un FORMIDABILE ALLEATO per gestire le nostre vite in modo soddisfacente.

Ma proseguiamo analizzando un’altra componente fondamentale nelle relazioni in genere, e a maggior ragione nel rapporto genitori-figli:

IL CONTATTO EMOTIVO

Il contatto è una forma di comunicazione.

Esistono diversi modi di comunicare.

  • la comunicazione verbale (parole)
  • la comunicazione non verbale (postura, gestualità, timbro di voce)
  • la comunicazione emotiva (emozioni, sentimenti, stati d’animo)

E quando parliamo di contatto emotivo ci si riferisce proprio a questo TERZO PUNTO

Esempio di contatto fra due persone
fonte: Leonardo AI

A livello introspettivo abbiamo due tipologie di CONTATTO EMOTIVO

  • IN APERTURA quando riusciamo ad abbassare le barriere, permettendo all’altro di “vederci”, entrando in contatto con le reciproche fragilità, non percependo paura o pericoli, ma semplicemente aprendoci in modo da non sentirci più soli,
  • IN CHIUSURA quando per non entrare noi stessi in contatto con le nostre fragilità emotive e tensioni interne, ci poniamo di fronte all’altro schermati, innalzando un muro che non permette di Sentire l’altro.

In questa seconda opzione di contatto (la più frequente nel nostro quotidiano), rimaniamo in una percezione di solitudine interiore che tanto bene conosciamo (lì ci sentiamo al sicuro perché è l’emozione che conosciamo meglio e che molto più spesso abbiamo sperimentato anche nella nostra vita infantile).

Quello che è necessario fare quindi, è cercare di prendere consapevolezza che alla base del rifiuto del contatto c’è una paura profonda, che palpita dentro di noi.

Paura di qualcosa di diverso rispetto a quanto siamo abituati.

Perché l’abitudine è la separazione non l’unione emotiva profonda.

Anche qui come nel caso accennato sopra, la ricerca introspettiva invita ad OSSERVARE con NEUTRALITA’ questa nostra paura, farla fluire, percepirla, sentirla scorrere dentro di noi, e piano piano, dopo un meticoloso e costante allenamento all’ascolto, sentiremo che lentamente si riduce.

Dobbiamo poi accettare con tranquillità che la nostra posizione emotiva abituale è la CHIUSURA al CONTATTO, non certo l’apertura.

Una volta preso coscienza di questa naturale e fisiologica propensione, abbiamo fatto il primo passo per cambiare le cose.

Questo significa non sentirsi sbagliati quando viviamo dei rapporti in chiusura emotiva – vale anche per il rapporto Genitori-Figli – semplicemente capire che quella è l’abitudine più radicata in noi, ma mano a mano che vi poniamo attenzione, vedremo che si riesce ad entrare in una modalità di contatto leggermente diversa, forse più leggera e sicuramente più appagante.

Di seguito si ritornerà nei vecchi binari (chiusura) e di nuovo ponendo attenzione si può spostarsi, vedremo quindi che il lavoro interiore porta a rendere più frequenti i momenti di contatto in apertura, seppur rimanendo immersi in un mondo di chiusure.

Antonella Giannini