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giochi psicologici

Giochi psicologici e Arte Introspettiva

D: Si parla qui di giochi psicologici. Sono giochi divertenti?

"Agganci", quadro acrilico di Aurora Mazzoldi.
“Agganci”, quadro acrilico di Aurora Mazzoldi. Un esempio di gioco psicologico

I giochi psicologici (trattati anche dalla psicologia e, in particolare, dall’analisi transazionale) sono degli ami che si offrono, che si lanciano verso gli altri.

Naturalmente sono delle richieste telepatiche.
Il gioco è un’offerta, un richiamo, un’esca per un incontro/scontro.

Per definizione, il gioco è un qualcosa che diverte, di spassoso, un lazzo e se qualcosa piace si cerca di prolungarla e di ripeterla appena si può.

Questo vale sia per i giochi psicologici che per quelli prettamente ludici.
Quando si è piccoli si gioca per imparare.

Da adulti si gioca per rilassarsi.

Da vecchi si torna a giocare con i bambini.
Il gioco ci rallegra, ci aiuta a fraternizzare e siamo ben disposti verso le persone che stanno giocando e, a volte, vorremmo partecipare anche noi.
Per quanto riguarda i giochi psicologici però, il più delle volte non ci accorgiamo di giocare o, per essere più precisi, ce lo nascondiamo.

Eppure lo stiamo facendo o meglio, lo fanno alcune parti di noi (o sub-personalità, secondo la psicologia) che hanno preso il sopravvento.

Quando giochiamo?

In fondo tutto quello che facciamo è un gioco perché siamo noi a programmarlo.

Si potrebbe tranquillamente affermare che ogni nostro rapporto con gli altri è basato su un qualche gioco, tranne, forse, il buongiorno che auguro a un passante occasionale.

Ma che cosa s’intende per gioco psicologico, nello specifico?

Tutte le volte che io provoco delle situazioni che so già, dentro di me, che mi daranno fastidio e che però mi permettono di scatenare delle emozioni, come la rabbia o il sentirmi vittima o la tristezza.

Faccio un esempio: mia madre ha una paura irrazionale dei ragni e riesce a comportarsi come una bambina isterica se solo ne vede uno. Io lo so bene, come tutti in famiglia. Un giorno rientro dal giardino che ho ripulito dalle erbacce e dico: “Santa Paletta, ho visto un ragno sulla pianta di lillà, così grosso che aveva i peli sulle zampe. Mai vista una roba simile…” Mia madre caccia un urlo: “Piantala di nominare quelle bestie! Lo sai che mi fanno schifo!” Io mi sento offesa dal suo tono brusco e mi arrabbio: “Questo non giustifica il tuo tono offensivo. Puoi parlarmi senza urlare, per favore!”

Quante volte nella nostra giornata ci succedono fatti simili? Ebbene, stiamo giocando, solo che

facciamo finta di non saperlo!

Per quale motivo?

A nessuno piace essere sorpreso col dito nel barattolo della nutella e poi, scoperto il gioco non lo posso più fare!

Così, per non dover rinunciare ai miei, avvallo quelli degli altri e li prendo sul serio.

Il gioco è sempre per favorire un’emozione perché è usato per scatenarle.

In che modo?

Con il gioco, cioè con un atteggiamento, una frase, un ammiccamento… provochiamo delle reazioni emotive negli altri che giustificano così la nostra reazione, sempre emotiva e la giostra del “Tu hai detto e io, allora…” si mette a girare.

Giochi psicologici leggeri

Anche il gioco psicologico può essere divertente e piacevole come una bella partita a carte con amici allegri e creare legami di reciproca simpatia e le risate sgorgano e l’energia è leggera.

Parlo delle scaramucce tra innamorati, delle moine di certe ragazze per avere attenzione e coccole, dei piccoli malintesi per testare l’affetto e l’interesse di chi sta con noi, per farlo preoccupare un poco.

Ma noi siamo esseri curiosi e ci lasciamo facilmente prendere la mano dalle situazioni, anche solo per testare i nostri limiti e il nostro potere sugli altri.

Infatti tutti i giochi, alla fine, sono per avere potere sugli altri e su noi stessi.

E’ un potere energetico, naturalmente, quello di riuscire a coinvolgere l’altro nel nostro gioco e di abbassare la sua energia.

In che modo?

Facendolo arrabbiare, per esempio, o facendogli paura, come io ho fatto con mia madre parlandole del ragno, oppure facendolo preoccupare o sentire in colpa e così via.

Prendiamo per esempio il fare la vittima.

Mia zia è l’incarnazione del lamento: ha sempre una parte del suo corpo che le fa male, tutto le va per il verso storto, i figli non l’aiutano mai abbastanza, ecc.

Se trova qualcuno che s’impietosisce, che la sta ad ascoltare e le crede e si offre di aiutarla e consolarla, è fatta! Il gioco è riuscito e lei si farà servire e riverire.

Il gioco si fa pesante

Quando il gioco si fa più pesante le emozioni diventano più violente e dolorose.

Parlo, per esempio, della gelosia o del possesso dove cerco di costringere l’altro alla mia volontà e arrivo alle minacce, alle scene isteriche di pianto, ai ricatti e così via.

Certo, noi non pensiamo minimamente al gioco mentre stiamo “soffrendo per amore” eppure è proprio di quello che si tratta.

Il gioco c’è sempre quando io rifiuto la realtà.

Quando, in questo caso, non accetto che le persone non mi appartengano  e, ancora meno, che facciano quello che vogliono. Se io non voglio tener conto di questa realtà, se la nego e faccio come se non esistesse, allora sto imbastendo un gioco.

Non accetto di dover rinunciare a quello che voglio!

Il gioco si forma quando mi attacco a un tipo di emozione/vibrazione e non la voglio più mollare.

Così facendo interrompo anche il fluire delle mie esperienze.

Il gioco consiste nel fermarsi e creare agganci di tutti i tipi con le persone.

 

Il gioco diventa drammatico

Quando spingo le situazioni allo stremo, quando le cose mi sfuggono di mano, quando il gioco diventa più importante di ogni altra cosa. Sono quelli che portano le persone alla tragedia, alla lotta senza quartiere, al dramma. Se clicchi qui puoi trovare un esempio di questo tipo di giochi nella coppia.

Allora abbiamo esperienze alla Otello, alla Romeo e Giulietta, le guerre.

Ma, anche se il gioco non è consapevole e perciò involontario, c’è sempre un campanello d’allarme dentro di noi che ci avverte quando la situazione si fa pericolosa.

Non sempre lo si ascolta, è vero, anche perché la forza di certe emozioni ci porta lontano, e allora ci penserà la vita a farci riflettere. Purtroppo, dopo aver battuto la testa contro al muro della realtà.

Nessuno può costringere qualcun altro al gioco, lo si può soltanto invitare. E’ un accordo tacito, normalmente tra due persone.

Perciò, qualsiasi siano le conseguenze di un gioco, teniamo presente che ogni giocatore era intimamente d’accordo.

Ma che cosa succede se io mi stufo di giocare a quel gioco?

Perdo interesse e smetto di giocare.

Può darsi che il mio partner ne abbia ancora voglia, ma sentirà il mio calo di interesse e si cercherà un altro partner con il quale proseguire quel gioco.

Il labirinto del gioco

Col gioco entro in un labirinto e tutto s’intrica sempre di più.

Il mio filo di Arianna è la calma e l’osservazione che mi permette di arrivare, gioco dopo gioco, alla verità.

I tranelli sono tanti e spesso facciamo finta di non vederli, ma comunque i giochi psicologici sono importanti perché ci permettono di fare le nostre esperienze.
Nei miei quadri io ho descritto alcuni di questi “agganci” ai giochi psicologici.

Sono quelli che uso io? Può darsi, ma sono universali.
I confini li mettiamo noi, ma bisognerebbe tenere presente che una volta che la ruota ha incominciato a girare è difficile fermarla.
Se giocando rompiamo il vetro di una finestra la responsabilità sarà comunque sempre nostra: la legge del karma chiarisce molto bene questo concetto.
A volte ci sentiamo prigionieri di questo meccanismo, ma è perché dimentichiamo che tutto fa capo a delle nostre scelte e, anche se abbiamo dimenticato come funziona, il solo modo per fermarlo è di comprendere, attraverso l’osservazione, dove sta la presa di corrente.

Vale a dire, che cosa trattiene ancora lì la mia attenzione e il mio interesse, attraverso i quali continuo a dargli energia, quale potere non sono ancora disposto a lasciar perdere.

I giochi non vanno disprezzati i abbandonati, ma bisogna soltanto imparare a gestirli e per riuscire a farlo occorre conoscerli.

Esattamente come fa d’istinto un genitore con i capricci di suo figlio: alcuni li accontenta e fa sentire il piccolo sicuro e importante e altri li rifiuta perché il figlio impari a mettersi dei limiti.
A volte basterebbe un attimo per non scendere la china, ma sembra più facile lasciarsi cadere. Certo si fa meno fatica, ma paga?
La vita può essere un gioco meraviglioso se si tiene conto di alcune cose.

Aurora Mazzoldi

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