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Dipendenza affettiva

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Questo argomento contiene 3 risposte, ha 3 partecipanti, ed è stato aggiornato da  kingAmato 1 mese, 3 settimane fa.

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  • #19476 Risposta

    Antonella Giannini

    Dipendenza affettiva e teoria dell’attaccamento Tra i tanti meccanismi comportamentali che si possono trattare attraverso il preziosissimo ausilio for
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  • #19477 Risposta

    aras99

    “con il termine “dipendenza” è in realtà un desiderio assolutamente legittimo di ogni essere umano di stare quanto più vicino possibile a chi gli vuole bene, a chi in caso di bisogno può prendersi cura di lui.”
    la mia dipendenza la sento diversa .. (non penso a chi in caso di bisogno può prendersi cura di me ) . mi sento dipendente della mia famiglia , dedico anima e corpo ai loro fabbisogni fino al punto di annullarmi di non riconoscere i miei veri desideri o bisogni …
    “al rifiuto del bisogno degli altri,” altra frase che mi ha colpito e mi rappresenta, ho bisogno di sentirmi indipendente e bastante a me stessa, ma sotto sotto ho paura del giudizio degli altri !!

  • #19478 Risposta

    Antonella Giannini

    capisco bene la tua diversità in merito alla connotazione di “dipendenza”, è comunque una sorta di “contro-dipendenza ” perché nell’ottica introspettiva, rendersi indispensabili agli altri, sacrificandosi e dandosi a piene mani, a livello subconscio, consente di evitare di guardare dentro di noi.
    Investendo e canalizzando tutte le energie sull’esterno riempiamo il nostro tempo e la nostra vita, distogliendo l’attenzione e la consapevolezza dal nostro mondo interiore.
    Questo a volte accade per una paura profonda e radicata di affrontare il nostro sentire interiore, popolato da tutte le nostre subpersonalità , i conflitti tra di esse e tutte quelle forti emozioni che la nostra razionalità considera inaccettabili.
    Ci facciamo irretire dalla nostra mente e dalle paure che questa genera in modo illusorio. Queste paure hanno il compito di tenerci lontani dal contatto con noi stessi, alimentando quella profonda solitudine e quell’incommensurabile senso di vuoto che talvolta ci sommerge e ci annienta.
    Per quanto riguarda la paura del giudizio degli altri, anche questo è un argomento molto interessante, in realtà però il giudizio che più temiamo è sempre principalmente quello del nostro Giudice Interiore, da cui cerchiamo di sfuggire in mille modi, ma dal quale per definizione è impossibile immunizzarsi, se non dopo un lungo e paziente percorso interiore di accoglienza.
    Il giudizio degli altri ci ferisce perché nel nostro profondo condividiamo quella condanna.
    Un GRAZIE per gli interessanti spunti che sono certa arricchiranno tutti noi.
    Antonella

  • #19781 Risposta

    kingAmato

    I maestri del sospetto e la negazione dell’esperienza morale: Marx, Freud, Nietzsche
    Karl Marx (1818- 1883): individua nel rapporto struttura-sovrastruttura il meccanismo che guida l’esperienza morale. Non è la coscienza dell’uomo a determinare il suo essere, ma il suo essere sociale a determinare la sua coscienza. L’unica struttura reale per Marx sono i rapporti economici di potere e la morale non è che una sovrastruttura dipendente da tali rapporti. Dunque la morale non è che la difesa di un determinato assetto di potere: in questo caso si tratta della morale borghese della società capitalista- borghese.

    Sigmund Freud (1859- 1939): individua nei rapporti tra Io, Es e Super-Io il meccanismo che identifica la libertà dell’esperienza morale. L’Io è determinato nel conflitto tra l’istintività (Es) e la razionalità (Super-Io). L’Es è l’uomo allo stato naturale, il bimbo che persegue il piacere senza remore. Il Super Io si costituisce quando al bimbo viene negato il piacere che deriva dal possesso della madre a causa dell’ingresso della figura paterna. In questo momento avviene la rimozione della libido (pulsione sessuale) e l’introduzione della morale nell’identificazione del bambino con la figura paterna. La morale è quindi la repressione della libido (pulsioni di vita) e della repressione sessuale.

    Friedrich Nietzsche (1844- 1900): individua nel risentimento la conseguenza dell’esperienza morale. Ritiene che la morale tradizionale, identificata con la morale cristiana, sia una conseguenza del risentimento dei deboli. Questi, umiliati dall’esperienza dei forti e non potendo ribaltare la realtà, si costruiscono una morale rovesciata e chiamano “male” ciò che è bene (forza, piacere) e “bene” ciò che è male (umiltà, rinuncia). In pratica, non potendo rovesciare la realtà, la rovesciano a livello di morale.

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